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lunedì 5 novembre 2018

Genova e l'emergenza fanghi


Il 28 settembre 2018, è stato emanato il Decreto Legge n° 109/2018, intitolato: "Disposizioni urgenti per la citta' di Genova, la sicurezza della rete nazionale delle infrastrutture e dei trasporti, gli eventi sismici del 2016 e 2017, il lavoro e le altre emergenze"

Si tratta del decreto col quale il governo italiano ha dato risposta "emergenziale", due mesi e mezzo dopo i fatti, alle complesse e onerose questioni poste dal crollo del viadotto autostradale sul torrente Polcevera, il 14 agosto 2018.  Oltre alle numerose emergenze legate alla ripresa della città di Genova, il decreto ne affronta altre, via via meno congruenti col tema principale. C'è la creazione dell'Agenzia Nazionale  per la Sicurezza delle Infrastrutture (art. 12), l'istituzione dell'Archivio Informatico Nazionale delle Opere Pubbliche (art 13).
Agosto 2017, Terremoto a Ischia
Ci sono, poi, gli articoli riguardanti i comuni interessati dal sisma di Ischia del 2017 e, in particolare, il discusso articolo 25 che fissa le  regole per definire le pratiche di condono edilizio ancora aperte, legandole a quanto disposto dalla legge 47/1985; e siamo già lontani dal crollo di Genova
Ci sono, quindi, misure riguardanti la ricostruzione delle zone terremotate in centro Italia fra 2016 e 2017. C'è  l'integrazione salariale per le imprese in crisi (art. 44) e  c'è una norma per trovare risorse a copertura di interventi di messa in sicurezza di edifici scolastici (art 42). Infine, in tutto questo panorama molto variegato, c'è  l'articolo 41 che fornisce: "disposizioni urgenti sulla gestione dei fanghi di depurazione"

L'articolo 41 modifica alcuni parametri di riferimento per ammettere "l'utilizzo in agricoltura dei fanghi di cui all'articolo 2, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99...",
Di cosa si tratta? Il suddetto comma li definisce così:
"a) Fanghi: i residui derivanti dai processi di depurazione
1) delle acque reflue provenienti esclusivamente da insediamenti civili come definiti dalla lettera b), art. 1-quater, legge 8 ottobre 1 976, n. 670; 
2) delle acque reflue provenienti da insediamenti civili e produttivi: tali fanghi devono possedere caratteristiche  sostanzialmente non diverse da quelle possedute dai fanghi di cui alpunto a.1.; 
3) delle acque reflue provenienti esclusivamente da insediamenti produttivi, come definiti dalla legge 319/76 e successive modificazioni ed integrazioni;"

Fanghi da depurazione.
Fonte: http://www.agenziaimpress.it
Si tatta di un settore, l'utilizzo dei residui dei processi di depurazione, poco noto ma molto redditizio: lo smaltimento arriva a costare anche 170 € per tonnellata  e se ne trasportano a milioni di tonnellate; oltretutto, quando tali residui vengono utilizzati per correggere e migliorare le caratteristiche dei terreni agricoli è un settore che diviene molto rilevante anche per la qualità del territorio e dell'alimentazione.
La questione ruota quindi attorno ai parametri per misurare la presenza di sostanze cancerogene e dannose per la salute ai fini di ottenere l'autorizzazione a sversare tali "fanghi" sui terreni agricoli. I cosiddetti "fanghi" che residuano dai processi di depurazione, sono ovviamente ricchi di una quantità di sostanze sia organiche che mnerali e per questa ragione possono essere utili per fertilizzare o correggere la composizione carente dei terreni agricoli. Allo stesso tempo, però, possono, proprio per laloro provenienza, contenere sostanze pericolose per la salute e cancerogene, come idrocarburi, diossine, furani, PCB, toluene, selenio, berillio, cromo e arsenico, che nei terreni agricoli non dovrebbero arrivare, perchè poi attraverso le radici del mais, delle barbietole, dei pomodori e quant'altro, finiscono per concentrarsi nel nostro stomaco o in quello degli animali da allevamento.

Il settore è molto sensibile, inoltre, anche sotto il profilo della legaltà e della infiltrazione mafiosa. Enrico Fontana della segreteria nazionale di Legambiente ne ha parlato lo scorso settembre nel corso dell'incontro: "Agromafie ed Ecomafie", nel quadro della rassegna "Raccontiamoci le Mafie" (ne abbiamo parlato qui), citando i dati del Rapporto Ecomafie 2018 di Legambiente.
In sintesi, dice Enrico Fontana nel suo intervento, in Italia si consumano circa 30.000 reati contro l'ambiente ogni anno; una media di 3,5 reati all'ora. E non si tratta di "maleducazione", di cittadini che gettano nei prati il sacchetto dei rifiuti; sono quasi tutti "reati  d'impresa", commessi principalmente nel comparto del ciclo dei rifiuti e dell'abusivismo edilizio. Un giro d'affari del valore stimato di 14miliardi di euro. Poichè solo nella scorsa legislatura, nel 2015,  sono stati inseriti nel Codice Penale i reati contro l'ambiente, solo da un paiod'anni è diventato possibile fare indaginispecifiche e disporre di dati ufficiali. Ebbene, nel 2017 sono state 538 le ordinanze di custodia cautelare emesse per questi reati, il doppio dell'anno prima.
In particolare, per quanto concerne lo spandimento di fanghi industriali, le indagini hanno portato all'individuazione di "spandimento illegale di fanghi" derivati da trattamenti industriali, per 4,5 milioni di tonellate; che valgono - basta fare due conti - oltre 760 milioni di euro.
Sempre Fontana, in uno sguardo un po' di lungo periodo, sottolinea che dal 2002 ad oggi Legambiente ha censito 350 inchieste sul traffico illegale dei rifiuti, per un totale di 47,2 milioni di tonnellate di rifiuti trafficati illegalmente. Di questi, oltre  il  40% sono fanghi residui di depurazione  sparsi nei territori agricoli. Un giro d'affari illeciti di oltre 3 miliardi e 200 milioni di euro in 15 anni. E sono quasi tutti, lo ricordiamo ancora, reati commessi da imprese regolari, con forte interesse delle diverse mafie attive sul territorio.

Utilizzo dei fanghi di depurazione in agricoltura.
In questo quadro la Regione Lombardia (la regione col più alto volume di fanghi "importati" da altre regioni, specialmente del sud italia e di affari conseguenti), con una delibera della Giunta Regionale dell’11 settembre 2017, ha innalzato i valori limite delle concentrazioni di idrocarburi per agevolare l'utilizzo dei fanghi in agricoltura. Ma il TAR Lombardia ha bocciato la modifica, stabilendo che, in mancanza di una precisa disposizione nazionale, i limiti di idrocarburi ai fanghi per spandimento, debbano essere considerati uguali a limiti posti per i suoli (di buon senso dato che poi i fanghi finiscono sui suoli) rifacendosi ad una sentenza della Cassazione ( 6 giugno 2017, n. 27958).

Ed è qui, fra Lombardia ed il sud Italia, molto lontano dalle emergenze di Genova, che "al fine di superare situazioni di criticita' nella gestione dei fanghi di depurazione, nelle more di una revisione organica della normativa di settore" che l'Art 41 del Decreto Genova stabilisce che per la presenza degli idrocarburi nei fanghi da spandere sui campi, il limite va portato a 1.000 mg per kg.
La Cassazione nella sentenza citata, ricordava che in questi casi sono applicabili i parametri della normativa del 2006sulla bonifica delle aree degradate, che per il caso degli idrocarburi fissano limiti di presenza a 50 mg per kg. Il decreto genova innalza dunque di venti volte il parametro. Perchè lo fa?
Perchè altrimenti i fanghi, prima di essere riversati sui campi andrebbero ulteriormente trattati e resi idonei, portati a valori analoghi a quelli considerati idonei per i suoli, con un procedimento di bonifica oneroso, che ridurrebbe i margini di guadagno degli operatori del settore. Un corposo interesse soprattutto lombardo. Ecco, presumibilmente, la ragione di questa "emergenza" per il governo.

 https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/30/decreto-genova-larticolo-sui-fanghi-in-agricoltura-e-una-vergogna-nazionale-va-tolto-con-le-scuse/4728991/
http://www.greenreport.it/news/rifiuti-e-bonifiche/fanghi-di-depurazione-nel-decreto-genova-costa-norma-per-proteggere-cittadini-e-bloccare-chi-avvelena-i-campi/

https://www.basilicata24.it/2018/10/decreto-genova-fanghi-quello-pd-non-dice-59703/

http://www.altalex.com/documents/leggi/2018/10/01/decreto-genova-il-testo-pubblicato-in-gazzetta

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1992/02/15/092G0139/sg

https://www.legambiente.it/contenuti/comunicati/legambiente-presenta-il-rapporto-ecomafia-2018

http://www.rivistadga.it/wp-content/uploads/sites/34/2018/02/Amendola-fanghi-DGA.pdf

giovedì 27 settembre 2018

Il Ponte, i ponti 2/2

2017, Tangenziale di Fossano
Nel post precedente (Il Ponte, i ponti 1/2), si è cercato di ragionare sulle motivazioni per cui si verificano disastri come quello del Ponte Morandi del 14/8/2018: "perché un ponte o un altra importante infrastruttura si degrada al punto da crollare senza preavviso (ammesso che questo sia vero e sia possibile) durante il suo utilizzo?

In tutti i casi internazionali esaminati, a partire da un articolo di Enrico Marro (pubblicato il 18/8//2018 per il Sole 24 Ore: "Ponti crollati. Le peggiori tragedie mondiali degli ultimi 10 anni"), emergono pesanti responsabilità delle istituzioni, che non ottemperano al loro mandato.
Bisogna guardare sempre, per comprendere questi disastri, alle normative e alle prassi che regolano la gestione del territorio, ai rapporti, contrattuali ma anche personali, che legano i funzionari delle istituzioni e i responsabili delle imprese o dei dipartimenti pubblici che si occupano di eseguire i lavori e questa analisi va fatta senza urgenze di consenso politico e senza ricorso a parole d'ordine e slogan.

E in Italia? In Italia, secondo due diversi articoli pubblicati da ANSA.it e  da Il Tempo, incrociando i dati relativi all'età e ai carichi sopportati, almeno 10.000, forse 12.000 ponti sono a rischio e necessitano di una revisione rapida e puntuale. Si tratta pressappoco di un quarto dei ponti italiani.


2013, Ponte sullo Sturla, presso Carasco (Ge)
Nell'ottobre 2013 la piena del torrente Sturla si portò via un pezzo del ponte di Carasco, nel genovese. Due le vittime. Il processo mandò assolti per insufficienza di prove quattro tecnici della Città Metropolitana di Genova. Nel 2017 un altro ponte autostradale cedette sulla A1, nei pressi di Ancona. L'inchiesta in questo caso è ancora aperta e coinvolge la Società Autostrade assieme alle ditte appaltatrici e a quelle subappaltatrici; sotto inchiesta ci sono complessivamente 37 persone.
Sempre nel 2017 cedette un ponte della tangenziale di Fossano, inaugurato nel 2000. Anche qui, sotto inchiesta il committente (ANAS), l'azienda appaltatrice e la subappaltatrice. I rilievi durati un anno hanno messo in chiaro che l’opera venne costruita male, tanto da crollare senza sollecitazioni eccezionali a poco più di vent’anni dalla realizzazione.

2000, Salassa (To), Statale 565, ponte sul fiume Orco
Ecco solo un altro paio di esempi  (quiqui) delle decine e decine di documenti che è possibile trovare in internet, dopo il 14 agosto 2018, a  proposito di ponti caduti in Italia; inutile compilarne qui un ulteriore lista.

Concentriamo invece ancora lo sguardo. In Piemonte la lista dei ponti crollati è lunga e ricca di episodi, per la maggioranza legati a precipitazioni ed ondate di piena dei fiumi: nel giugno 1957 forti piogge misero in ginocchio il Piemonte e specialmente le aree montane. A Bussoleno e Bardonecchia, in Val Susa, due ponti vennero travolti, mentre nei pressi di Pragelato in Val Chisone ne cadde un altro, costruito da poco. Molti ponti caddero anche nelle valli del cuneese, isolandole; ma nel 57 non furono solo i ponti a crollare: interi tratti di strade e massicciate di ferrovia, sia in Valle Susa che in Val d'Aosta, scomparvero portati via dal fango.
Venti anni dopo, nelle valli Chisone e Pellice, il 19 maggio 1977,  le forti piogge causarono il crollo o gravi lesioni ad almeno 20 ponti. In particolare il crollo del ponte sul Pellice fra Bibiana e Bricherasio portò con se la vita di sei automobilisti coinvolti nel disastro. In Val Formazza l'alluvione dell'agosto 1987 si portò via 5 ponti, lasciando isolato il comune di Formazza con le sue cinque frazioni per diversi giorni.
1994, Ponte sul Po, Chivasso (To)
E ancora, nel 1994, l'alluvione mandò sott'acqua  molte località del cuneese mentre, a Chivasso, il ponte sul Po addirittura cedette, franando completamente dentro il fiume.

Nel 2000 il maltempo gonfiò nuovamente i fiumi piemontesi causando, sempre nel canavese, il crollo di due ponti, a Salassa e Feletto e asportando quasi per intero la massicciata di sostegno del ponte di Rivarolo che era stata da poco ripristinata dopo i danni causati dal maltempo nel 1994.

E poi nel 2016, più recentemente, il Po si è portato via completamente il ponte a Sanfront, in località Mombracco.

2016, ponte sul Po, Sanfront (Cn)

Questo piccolo e parziale elenco di disastri "piemontesi", lungo sessanta anni, evidenzia che al di là dei problemi di progettazione, costruzione e manutenzione delle singole opere, al di là delle colpe e della negligenza dei singoli progettisti, impresari e funzionari coinvolti, la salute delle infrastrutture (e dunque quella dei cittadini che le utilizzano) coinvolge gli Enti Locali nel loro complesso e li inchioda alla scarsa qualità della gestione, nel tempo, del territorio loro affidato.
 
Una gestione che è fatta certamente dalla corretta progettazione e manutenzione delle opere, ma passa anche per l'attenzione costante agli eventi atmosferici e alla cura sia degli ambienti urbani che di quelli rurali e montani; che dipende dalle valutazioni fatte nel momento di concedere i preziosi permessi di far costruire opere e edifici che, spesso, coinvolgono l'interramento di corsi d'acqua e, mentre portano preziosi oneri di urbanizzazione nelle casse degli enti locali, sono pronti ad impoverirli nel momento in cui condizioni ambientali del tutto prevedibili tornano a causare disastri di grande portata.

Come si è evidenziato, il crollo del Ponte Morandi non è un fatto isolato e neanche peculiarmente italiano; stupisce semmai che fino ad oggi crolli e disastri ripetuti non abbiano scosso l'opinione pubblica e segnato più  di tanto la memoria, se non quella delle famiglie delle vittime. Certo, la grande visibilità e importanza del viadotto genovese giustifica in parte l'eco straordinaria suscitata  dall'evento.  Si tratta, purtroppo, dell'ultimo anello di una catena destinata ad allungarsi fino a quando non verrà negoziato in modo più severo il legame di delega e di fiducia fra chi usa e abita un territorio e chi lo amministra.

martedì 18 settembre 2018

Il ponte, i ponti 1/2



14 agosto 2018, Ponte Morandi, Genova
È trascorso poco più di un mese dal crollo del ponte Morandi a Genova, un fatto drammatico, dal forte significato simbolico, denso di implicazioni politiche. Un esempio concreto del nesso che lega la vita dei luoghi e delle persone che li praticano alle vicende politiche e ai rapporti di potere che prendono forma nella gestione del territorio.

Lasciamo per il momento da parte due aspetti che stanno occupando il discorso pubblico e sono molto intrecciati fra loro: l'accertamento delle responsabilità, che sta facendo il suo tragitto e la sequenza di dichiarazioni pubbliche da parte di esponenti politici di governo e di opposizione, finalizzate soprattutto alla ricerca del consenso. Ci occuperemo di questi aspetti in un altro momento.

Quello che si intende fare qui, è ragionare sulle motivazioni per cui si verificano incidenti di questo genere: perché un ponte o un altra importante infrastruttura si degrada al punto da crollare senza preavviso (ammesso che questo sia vero e sia possibile) durante il suo utilizzo?

Si cercherà di fare questo ragionamento a partire da fatti concreti, aprendo la finestra e gettando uno sguardo oltre il cortile di casa: quanti e quali ponti sono caduti, in Italia e altrove negli anni passati? Quali ragioni sono emerse dalle relative inchieste? Cosa ci dicono queste informazioni che possa aiutarci a comprendere la crisi aperta dal crollo del ponte Morandi di Genova?
Cosa ci dicono queste informazioni sul rapporto che lega la politica,  la vita dei luoghi e delle persone?

Iniziamo il percorso partendo da due articoli pubblicati nelle scorse settimane dal Sole 24 Ore.

In uno, dal titolo "Non solo il Morandi: negli USA sono caduti 1062 ponti in 32 anni" (26/0/2018, di Rosalba Reggio), viene intervistato Marco Di Prisco, docente di Progetto di Strutture al Politecnico di Milano, il quale nell'intervista riferisce un dato interessante: gli USA hanno un patrimonio di 600.000 ponti, contro i 46.000 italiani; di questi, 1062 sono collassati negli ultimi 32 anni. Significa una media di 33 all'anno, ma anche uno 0,1% del patrimonio.


2018, ponte pedonale, Florida International University
L'altro articolo, precedente di una settimana: "Ponti crollati. Le peggiori tragedie mondiali degli ultimi 10 anni" (18/8/2018, di Enrico Marro, sempre per il Sole 24 Ore), elenca invece i casi più eclatanti di ponti crollati, a livello internazionale, nell'orizzonte degli ultimi dieci anni. Si tratta di uno dei numerosissimi articoli e post sull'argomento "ponti caduti" che in questo mese trascorso dalla tragedia di Genova sono comparsi e rimbalzati fra testate giornalistiche e siti internet, spesso copiandosi l'un l'altro.
Il primo caso è recente: il 15 marzo 2018 a Miami crolla un ponte pedonale inaugurato pochi giorni prima, che collega il campus universitario alla vicina zona residenziale; 6 vittime (un video qui.) L'inchiesta è in corso ma un pool di ingegneri contattati dal giornale locale Miami Herald parla apertamente di errore di progettazione.

Il 3 agosto 2016 è invece crollato un ponte sull'autostrada Mumbai-Goha, in India, costruito dagli inglesi quasi un secolo fa e che, sotto la pressione del fiume in piena si è schiantato all'improvviso nella notte, facendo precipitare decine di veicoli tra le rapide del fiume Savitri.
E poi ancora in India, a Calcutta, il 21 marzo 2016, in piena campagna elettorale per il rinnovo del parlamento del Bengala Occidentale,  crolla un ponte che era "in costruzione" da circa 7 anni, con cantiere sovrastante il via vai delle strade affollatissime: 27 morti. Interessante l'intreccio fra fede e polemica politica che anima la dichiarazione del Primo Ministro indiano a commento della tragedia: "Stanno dicendo che si tratta di un atto di dio ma si tratta di una truffa" [...] "E' un atto di dio nel senso che è capitato durante la campagna elettorale, in modo che molte persone possano vedere che tipo di governo lei [la Signora Banerjee, Primo Ministro del Bengala Occidentale in carica] ha condotto".

2016, Majerhat Bridge, Calcutta, Bengala Occcidentale
Il 4 settembre 2018 (pochi giorni fa dunque, ma questo non c'è nell'articolo di Marro), a Calcutta crolla un altro ponte, questa volta non in costruzione ma in esercizio da circa quaranta anni, causando un morto e 25 feriti. Nell articolo sul Guardian si legge fra l'altro, che: "la signora Mamata Banerjee, P,rimo Ministro del Bengala Occidentale, ha affermato che la sua priorità ora è portare sollievo e salvare le persone coinvolte, ma una serie di domande dovranno trovare rispostaa proposito della manutenzione del ponte,vecchio ormai di 40 anni".  Apprendiamo dunque, che nel 2016, contrariamente alle speranze del primo ministro indiano e nonostante il crollo del ponte durante la campagna elettorale, Mrs Banerjee ha nuovamente vinto le elezioni del Bengala Occidentale.
Da un altra fonte si legge che, dopo il disastro del 2016, il governo del Bengala Occidentale aveva dato ordine all'Ufficio Tecnico delle Ferrovie di controllare i ponti sul territorio, allo scopo di individuare le situazioni a rischio e segnalarle al Dpartimento dei Lavori Pubblici. Il rapporto venne infatti redatto, consegnato al Dipartimento e segnalava anche la situazione di pericolo relativa al ponte crollato il 4 settembre scorso. Da questa circostanza è scaturito l'arresto dell'Ingegnere capo del Dipartimento dei Lavori Pubblici del Bengala Occidentale, accusato di grave negligenza.

2012, Yangmingtan Bridge, Harmin, Cina settentrionale 



In Cina il 24 agosto 2012 è crollato uno dei ponti più lunghi della nazione, aperto al traffico da solo 9 mesi, lungo 15 km e costato circa 268 milioni di dollari, era considerato un capolavoro di ingegneria. Poi una rampa di accesso ha ceduto mentre transitavano quattro camion, uccidendo una persona. Secondo le autorità cinesi il disastro è accaduto a causa degli automezzi che portavano carichi troppo pesanti. Secondo un'inchiesta del New York Times, invece, qualche dubbio sui materiali utilizzati è da tenere in considerazione.

Ma l'elenco è lungo (ognuno può leggerlo nell'artiolo di Marro): cadono ponti vecchi, ponti nuovi e addirittura ponti ancora in cantiere o appena inaugurati; cadono ponti in Asia e in Europa; cadono in Cina come in America e, ovunque, la fatalità non c'entra nulla.  Esistono (lo sottolinea anche Di Prisco nell'intervista rilasciata a Rosalba Reggio) due tipi di disastri: quelli che riguardano i ponti nuovi, che crollano per errori di progettazione, oppure perché il costruttore non segue le indicazioni progettuali (vuoi nell'uso dei materiali, vuoi nella scelta di risparmiare su alcune procedure); e ci sono i disastri  che accadono ai ponti vecchi, che crollano invece per carenza di controlli e manutenzione, insomma per carenze gestionali.

In tutti i casi, ci sono delle pesanti responsabilità delle istituzioni che non ottemperano al loro mandato. Bisogna guardare dunque sempre alle normative e alle prassi che regolano la gestione del territorio, ai rapporti, contrattuali ma anche personali, che legano i funzionari delle istituzioni e i responsabili delle imprese o dei dipartimenti pubblici che si occupano di eseguire i lavori. E questa analisi va fatta,, sempre e ovunque, senza urgenze di consenso politico.

 Nel prossimo post (Il ponte, i ponti 2/2) proseguiremo il ragionamento concentrando l'attenzione su una serie di casi concreti avvenuti in Italia e in particolare nel territorio piemontese.