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| Volantino della Rassegna di cortometraggi |
Per fortuna, mentre ci sono ponti che crollano altri inaspettatamente vengono costruiti, su un piano simbolico e di relazione, più fragile certamente ma non meno importante del piano fisico su cui viaggiano gli autocarri, le persone, le merci.
A Trofarello qualche mese fa si è creato un gruppo che ha deciso di chiamarsi:
Comitato un Ponte per Gaza, Trofarello. Colpiti da
quanto accade quotidianamente nella Striscia di Gaza, da quanto è successo per settimane davanti al muro che separa i Palestinesi dagli Israeliani,
dai manifestanti uccisi a decine durante le manifestazioni di protesta (le "Marce del Ritorno"), dalla
condanna di Israele da parte dell'Onu, rimasta da questi inascoltata, dal'indifferenza generale a quanto accade, si sono chiesti cosa potessero fare in proposito, nel loro ambito e hanno fatto
la scelta più intelligente: far conoscere, far vedere; rompere il silenzio, forzare l'indifferenza.
E'nata così la scelta di organizzare la Rassegna di Cortometraggi di Vita Quotidiana in Terra di Palestina che si terrà a Trofarello, presso il Centro Marzanati, il prossimo venerdì ,5 ottobre 2018, alle ore 21.
Il gruppo ha anche preso altre iniziative, avviato contatti, intecciato relazioni, di cui spero racconteranno loro stessi su questo blog. A me fra tutte ha colpito l'idea di prendere contatto direttamete con un ragazzo che abita nella striscia di Gaza, per cercare magari di aiutare inviando risorse o quabt'altro.
Una risorsa, sicuramente, per noi, è leggere la traduzione della lettera in cui il ragazzo descrive se stesso e il luogo in cui vive. La riporto qui di seguito, nella traduzione dall'inglese che ne ha fatto Paola Paniè, che ringrazio per avermela fatta leggere.
"
Il mio nome è Khaled, da Deir Al Balah [il nome è modificato per la sicurezza sua e della sua famiglia]
. Questo è il
nome della mia città, nel centro della Striscia di Gaza, in un' area di
58 kmq e una popolazione di circa 252.000 abitanti, a 90 km da
Gerusalemme. La nostra città è famosa per le palme e si affaccia sul
mare. Abbiamo un campo profughi vicino alla spiaggia chiamato Deir El
Balah Camp (dove vi sono gli uffici dell'UNRWA ndt).
Vivo in un'area chiamata Hakr Al-Jamea, a sud est di Deir Al-Balah, vicino a Wadi Al-Salqa.
Ha una popolazione di circa 45.000 abitanti ed ha un'alta densità
abitativa. Le case sono poco sicure e molto vecchie. E' un'area molto
povera abitata da operai, contadini, molti disoccupati e laureati con
diverse specializzazioni che non hanno l'opportunità di vivere in
dignità o di trovare un lavoro dopo la laurea. Più della metà della
popolazione della regione è costituita da bambini. Se si entra in
quest'area si trovano bambini che giocano a pallone nei vicoli, tra le
case, in non più di due metri. Persone sedute fuori dalle case, per
mancanza di spazio all'interno delle abitazioni o per il numero elevato
dei componenti delle famiglie, dove la famiglia meno numerosa è composta
da 8 persone e dove la maggior parte delle case è occupata da più di
una famiglia. Molte persone vivono in case con muri e tetto fatti di
lamiera o di fango, surriscaldate nel periodo estivo e gelide nel
periodo invernale e ciò rende i bambini e gli anziani vulnerabili alle
malattie e alla morte. Solo alcuni hanno l'abilità di costruire piccole
case, ventilate, utilizzando materiali da costruzione migliori come le
case di pietra. La maggior parte della popolazione dipende dall'economia
domestica, nonostante la limitata dimensione delle loro case, non c'è
famiglia che non allevi animali e pollame, e asini o cavalli, come fonte
di sostentamento per andare a lavorare nei campi vicini.
Il
fenomeno delle fornaci di argilla palestinesi è associato alla maggior
parte delle case nelle quali troviamo spesso mucchi di legna da ardere
di diverse forme così che le donne palestinesi possano preparare il loro
cibo ... eccetto il caffè tradizionale che come è noto viene preparato
dagli uomini.

La maggior parte della popolazione delle tribù e delle
famiglie palestinesi sono emigrate da Beer Sheva dopo essere state
cacciate dalle loro case e dalle loro terre durante la Nakba palestinese
nel 1948.
Ci sono 4 scuole, inclusa la scuola UNRWA (l'agenzia
dell'ONU fondata nel 1950 che sostiene 5,4 milioni di palestinesi sparsi
nei Territori di Gaza, in Libano, in Siria e Giordania, attraverso
scuole, ospedali e aiuti alimentari. ndt) che opera su due turni, al
mattino e alla sera, e due scuole ai confini della regione. Sono scuole
miste per le elementari e preparatorie per l'UNRWA, inoltre c'è una
scuola superiore per ragazze ma non esiste una scuola superiore per
ragazzi, che quindi devono spostarsi con i mezzi pubblici per
raggiungerla. C'è anche una piccola clinica governativa nella zona del
Ministero della Salute oppure si può usufruire dei servizi gratuiti
forniti dalla clinica dell'UNRWA raggiungibile a piedi, in bicicletta,
in auto, in kart, a circa 3 km dall'area. Se necessario ci si può recare
nell'unico ospedale della città, l'Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa,
anch'esso a circa 3 km di distanza.
Abbiamo avuto case distrutte o
danneggiate dai bombardamenti durante gli assedi nella Striscia di Gaza
(2008-2011-2014 ndr) e durante la Grande Marcia del Ritorno e durante
bombardamenti messi in atto dall'esercito israeliano. Sentiamo il dolore
dell'assedio. Lottiamo, senza riuscire a riprenderci dalla distruzione,
conseguenza del continuo assedio, dei continui bombardamenti da parte
Israele sulla Striscia di Gaza. Quando le bombe cadono, non sappiamo se
colpiranno noi o un nostro vicino di casa. E la sera quando andiamo a
dormire, non siamo sicuri se ci sveglieremo vivi o morti o feriti. I
rumore dei droni o degli f16 sopra le nostre teste è causa di costante
preoccupazione e paura. Molti i bambini soffrono di depressione. Alcuni
non parlano. Il nostro quartiere ha subito molte perdite, ogni famiglia
ha subito delle perdite, ogni famiglia ha un martire. Anche quando
camminiamo insieme nella Marcia del Ritorno, rivendicando i nostri
diritti, possiamo essere uccisi. Potresti essere un bambino che dorme
come Bayan Abu Khamash, ucciso accanto alla sua mamma incinta o martire
che marcia pacificamente come Karim Fatayer.
Non possiamo andarcene.
Quando bombardano non c'è riparo, non c'è un luogo sicuro dove
scappare, dove nascondersi. In questi momenti abbiamo scelto di stare
ognuno nella propria stanza, in modo che qualcuno possa sopravvivere...
ci confortiamo se sopravviviamo e ci struggiamo se qualcuno muore,
insieme.
Tutte queste sono informazioni, sono pensieri ma non è
tutto, avrei altro da raccontare ma la mia mente ha smesso di pensare e
non posso più scrivere ..."
Augoro alla rassegna il miglior successo possibile e auspico che i protagonisti dell'iniziativa intervengano direttamente qui su Piazzale Europa per raccontarci di di più e di meglio il loro lavoro.